L’ingrato cavallo


A volte avviene che godendo dell’abbondanza ci si dimentica quanto sia faticoso ottenerla, anzi sembra che ci sia dovuta senza nulla fare. E credendo che sia fine a se stessa, siamo pronti ad eliminare le cause che ce ne limitano il godimento, non pensando che quelle ne sono la fonte.

Un giorno avvenne che un uomo, possessore di un cavallo, vedendolo ormai vecchio, decise di comprare un puledro.

Egli infatti pensava di sostituire, al momento dovuto, l’anziano animale con quello giovane.

Il puledro cresceva libero e ben alimentato di cibo. Ogni giorno l’allevatore con enorme generosità dava da mangiare ai due cavalli, traendolo dal fienile dove vi erano depositati grandi quantità di fieno.

Ora avvenne al cavallo, che fino a quel giorno aveva soddisfatto le fatiche richieste dal padrone nel farsi cavalcare, trainare il carro, arare i campi, girare le ruote della macina, di ammalarsi e l’allevatore fu costretto a sostituirlo con il giovane cavallo.

Mise così le redini al fresco cavallo e legandolo alla carrozza da trainare, avviandolo, questi si impennò, cominciò a scalciare e non fu possibile fargli prendere il cammino.

Allora l’allevatore pensò che il cavallo non fosse ancora pronto per quel tipo di lavoro e pensandolo ancora giovane, rinunziando momentaneamente all’uso della carrozza, continuò ad alimentarlo generosamente.

Il cavallo crebbe molto robusto ed fu pensiero del padrone di utilizzarlo al momento dovuto per trainare l’aratro nei campi. Così adattandogli le corde per il tiro e sistemato l’aratro, allo scoccare della frusta, iniziò ad impennarsi e scalciare nuovamente.

La stessa cosa avvenne alla ruota della macina.

A questo punto l’uomo pensò di trovare un rimedio e cercò di fare capire all’animale che non avrebbe più avuto cibo se non avesse lavorato. Da quel momento iniziò ad alimentare meno generosamente i pasti del giovane cavallo.

Dopo un po’ di tempo lo legò alla carrozza, ma la reazione fu la stessa alle precedenti: calci ed impennate all’impazzata.

A questo punto, come ultima soluzione, il proprietario si vide costretto a non cibare più l’animale, sperando che questo servisse a fargli apprendere la relazione tra il cibo e il lavoro.

Il cavallo vide passare il primo giorno e non avendo avuto la razione di fieno si meravigliò, poiché fino a quel momento gli era stata somministrata puntualmente.

Passò un altro giorno e poi ancora uno senza ricevere da mangiare, anzi ogni volta che vedeva avvicinarsi il padrone, questi aveva in mano le redini tanto odiate e non la paglia tanto desiderata.

Capì  così le intenzioni del padrone, ma non volendo accettarle, pensò di attuare qualcosa per poter godere della gran quantità di cibo che si trovava nel fienile senza doversi sottoporre ad alcuna fatica.

Un giorno quando il padrone si avvicinò a lui con le redini, invece di scalciare al solito, si fece imbrigliare e facendosi cavalcare si avviò.

Grande fu la soddisfazione dell’allevatore nell’aver fatto capire all’animale che per mangiare bisogna lavorare.

Ma ad un tratto, in prossimità di un burrone, il cavallo iniziò ad impennarsi fino a buttare dalla sella l’uomo facendolo precipitare in esso.

Essendosi liberato dall’ostacolo che lo restringeva dall’avvicinarsi al fienile, il giovane cavallo soddisfatto vi si avviò. Finalmente potè godere di tutto quel fieno per se senza limitazioni e senza dover lavorare.

Passarono i giorni e il cavallo senza alcun freno diede fondo alle scorte. Rimanendo senza cibo cominciò a vagare per i campi alla sua ricerca o di qualcuno che lo sfamasse, ma nessuno gliene offrì. Anzi quando si avvicinava a qualche fattoria veniva cacciato poiché era ritenuto pericoloso a causa della sorte che aveva riservato al suo padrone.

Vagò tanto come un randagio, capendo troppo tardi l’importanza di quanto il suo padrone facesse per lui, fin quando per gli stenti morì.