Ed eccoli là,
straziati nel corpo,
spezzati nell’animo
sono i tuoi fratelli, o Signore,
i miei fratelli.
Nessuna mano conforta la piaghe ne scorre i capelli
campi doloranti per la grandine.
Di qua, o Signore, il lardo tocca gli alluci dei commensali
alle ricche tavole scorre il sangue nelle carni,
prelibata libagione,
a pagarle si ode ancora nell’aria l’aspro pizzico dello zolfo
del nero carbone dell’impalpabile salnitro
loro preziosa mercanzia.
Tu dove sei, o Signore, guarda i tuoi piccoli fratelli
nei loro cuori manca la tua serenità
nei loro cuori la paura
nei loro cuori il terrore della madre violata
nei loro cuori il sorriso non trova più posto.
Tu, o Signore, non sei neppure sull’umile tomba;
non c’era tempo per riconoscerti
la tregua è breve
la morte non può attendere.
Maestoso s’innalza nell’aria il canto della pace
rimbomba tra le pareti della cattedrale
forte a sentirlo, ma poi si chiudono le porte
e lì rimane vuoto, solo.
Soddisfazione tra i cantori: hanno fatto,
con le parole hanno dato:
ingegni di sabbia innanzi all’onda.
Tu, o Signore, attendi questi piccoli alla tua porta
cancella dai loro occhi il ricordo del dolore,
falli giocare nei tuoi campi;
a loro quello che fratelli folli hanno tolto.
…a loro quello che fratelli folli hanno tolto.
