Sferzante, fulmineo il bagliore spezza il ramo,
che cadente bruciato,
in un tonfo,
rimbalzando sull’atterrita zolla,
scrolla i suoi frutti con amore ingrossati.
Lento sgorga il vischioso sangue,
bagna i fianchi al mutilato tronco.
Non s’ode nell’aria nessun disperato grido,
nessuna lacrima saluta il morente legno;
null’altro che il rimbombo del suono,
il silenzio della cieca disperazione.
Dio non ha dato parola,
solo un cangiante vestito ad accompagnar le stagioni,
a loro, immobili,
abbracciati nella profondità della terra,
fermi in quel luogo ad attendere l’immutabile destino.
Ora l’esile erba pietosamente lo accoglie,
mossa dall’alito fresco, si piega,
lo accarezza a confortarne la morte.
Altro si accompagna all’improvviso squasso,
nella tangibile nebbia che secca il naso,
spezzando nella gola il grido,
sotto la coltre che cambia le antiche forme,
muta il colore delle cose.
Nella palpante polvere che si veste di rosso,
muovono le mani di coloro
che rincorsi dal destino
cercano di aggrapparsi alla vita.
Proiettano i pensieri nello schermo della mente
le immagini dei loro cari,
a cingerli, confortarli,
poi piano tutto si adombra,
lentamente scompare,
si spegne: l’addio.
La loro domanda a noi come eredita:
di porre luce nelle tenebre della menzogna,
di conoscere perché la violenta mano,
bendandosi gli occhi,
mossa dalla sconsacrata volontà,
ha spento ottantacinque cuori.
C.S.
