All’inizio dei tempi l’uomo viveva nelle caverne e tante cose che conosce oggi nel passato neppure le immaginava.
Vi voglio narrare l’avventura capitata una piccola creatura che in quel tempo abitava una delle caverne vicino al grande bosco. La piccola Albalin non aveva ancora raggiunto le cinque primavere, allora gli anni venivano misurati con il ripetersi delle stagioni, ed era già prodiga nel camminare come uno scoiattolo. Amava tanto gli animali e giocava spesso con loro, i quali non vi sembrerà vero, non sentivano l’uomo come una minaccia, ma lo riconoscevano come un loro simile ed a dire il vero anche egli si cibava solo di bacche. Una mattina Abalin, sentendo frusciare davanti la grotta, corse subito fuori e vi trovò un cerbiattino giovane, giovane. La piccola e la tenera creatura selvaggia, prendendo subito confidenza, cominciarono a inseguirsi e a nascondersi tra gli alberi del vicino bosco. Corri di qua e corri di là, senza accorgersene si avviarono, passo dopo passo, nella parte più fitta di esso.
Il tempo passava lento nel suo procedere e giocando non lo si nota scorrere, fu solo quando il piccolo animale sentì il bisogno di doversi cibare che, saltando con le agili di zampe, si allontanò dalla bambina abbandonando la compagnia. Albalin, rimasta sola, si avviò lungo uno stretto sentiero tra i fitti alberi nella direzione che pensava fosse quella giusta per ritornare alla sua caverna. Cammina, cammina, la già tenue luce che in quei luoghi rischiarava le cose, cominciò a sopirsi sempre più fino a sparire. Era trascorsa tutta la giornata e ora il sole, nel suo giornaliero percorso, non illuminava più quella parte della terra, lasciando il posto all’argentea luna. Nel fitto del bosco i suoi raggi non penetravano come quelli del focoso astro e il buio, con le sue drappeggiati vesti nere, sommerse ogni cosa. La piccola muovendosi a tentoni, toccandolo con le manine gli alberi, cercava di venirne fuori, ma ben presto dovette arrendersi. La strada del ritorno che conduceva alla grotta non era più ritrovabile. Con il buio i magici suoni, che di giorno vagano in quel posto, si trasformarono e diventarono rumore, voci che fanno paura anche a più audaci. Anche l’indifesa Albalin cominciò a intimorirsi fin quando, non riuscendo a soffocare la propria disperazione, scoppiò in un accorato pianto: – Mamma, papà ho tanta paura! – invocava tra gli accorati singhiozzi.
Il bosco con i suoi gentili abitanti, sentendo quel pianto, dapprima si zittì, per poi diventare un brulicare di altri suoni e versi nell’intento di sommergere quella invocazione e nasconderla ai predatori feroci e spietati che di notte lì circolavano assetati ed affamati. Ma quel nuovo suono fece alla piccola più paura del fatto stesso che si fosse imbattuta in uno dei famelici predatori e così il suo pianto divenne ancora più forte e ancor più forte divennero i suoni nell’intento di nasconderlo. Ben presto, questo frastuono, innalzandosi nell’aria e penetrando attraverso le nuvole, giunse fino alla luna. Il tranquillo astro si scrollò del suo pacifico aspetto e animandosi come non mai, roteando nel cielo, aguzzò il proprio orecchio. Capì da quelle concitate voci quanto stava accadendo. Pensando di dover far qualcosa, chiamò a sé una filante stella e la pregò di recarsi nella bocca del vulcano ove dimoravano i venti per invitarli a spazzare le nuvole dal cielo sopra il grande bosco in modo che i suoi raggi potessero arrivare fino ad illuminare la strada del ritorno alla piccina. I venti ancora presi dal sonno dopo la stancante giornata, sentendo il racconto della filante stella, furono ben lieti di essergli d’aiuto. Le nuvole furono spazzate in un baleno e così i chiari raggi della luna arrivarono fino alla chioma degli alberi, ma i rami fitti, fitti li fermavano non facendoli andare oltre. Il luminoso globo, impedito nel suo intento, chiese al vento di soffiare tra i rami e di aprirli alla sua luce. Così fu fatto: I rami furono spazzati e spostati dal costante soffiare dell’impetuoso vento e il chiarore argenteo della luna penetrò nel bosco. La piccola Albalin ebbe la sua luce, ma il suo conforto durò ben poco, poiché le chiome degli alberi agitate dal vento, a far filtrare la luce lunare, proiettavano tutte intorno ombre dalle forme mostruose che ancor più atterrirono la bimba e i suoi pianti si fecero più forti.
Ora accade che su una delle soffici e candide nuvole spazzate dal vento, stesse dolcemente riposando il buon Creatore e nessuno se ne avvenne. Anzi il vento, ignaro dell’ospite, nel suo continuo soffiare spinse quella nuvola fin dove finiva la notte e cominciava il giorno. Il buon Creatore, baciato dai caldi raggi del sole, aprì i suoi luminosi occhi ed accarezzandosi la lunga barba bianca si illuminava nel volto beandosi nell’osservare le bellezze che la sua mano aveva sapientemente creato. Poi meravigliandosi per come la notte fosse passata così in fretta e riflettendo sul fatto di dover aggiustare i tempi della luce e del buio tra il sonno e la veglia, ad un tratto si rese conto di non trovarsi dove aveva iniziato il suo riposo, e notava che la propria nuvola e le altre intorno ancora filavano spinte dal vento. Si meravigliò molto e non spiegandosi quel fatto, mandò uno dei suoi angeli a controllare cosa stesse accadendo intorno.
- Buon creatore, – disse l’angelo di ritorno, – non vi dovreste trovare in questo luogo, ma dall’altra parte della terra. Il vento vi ha spinto qui con la nuvola su cui riposavate non sapendo che ci foste voi. La luna ha tentato di dare la propria luce alla piccola Albalin che, giocando con un cerbiatto, si è spinta nel fitto del bosco e con il sopraggiungere del buio… Ora anche i genitori della bimba con gli altri abitanti delle caverne sono in apprensione e la stanno cercando, ma anche loro non riescono a muoversi nel buio della notte.
L’angelo narrò così l’accaduto e i tentativi fatti dall’argentea luna in soccorso della piccola.
- Oh, questi figli miei, quanti me ne combinano! Non posso certo riportare lì il sole ad illuminare quei posti perché interromperei riposo di tutte le altre creature, né tantomeno, per fare luce, dare il fuoco all’uomo. E’ troppo presto e ne potrebbe avere paura o usarlo in malo modo.
Poi grattandosi il capo, riversante una folta bianca chioma fin sulle spalle e guardando le innumerevole stelle del cielo, disse: – Ecco la soluzione! – Alzò il braccio destro, ne indicò con l’indice alcune e senza proferire parola, schioccando le dita, si staccarono da esse migliaia di piccole lucette che come uno sciame di api, attraversando tutto il cielo, illuminandolo, giunsero fin sopra la terra. Trapassarono la folta chioma degli alberi e galleggiando nell’aria, rischiarono la strada alla piccola Albalin. La bimba non pianse più e confortata da quelle tenue mille luci, raggiunse l’uscita del bosco dove c’erano i genitori con la gente tutta delle grotte che l’aspettavano.
Anche gli animali del bosco smisero di vociare e la pace ritornò in quel posto.
Il buon Creatore fu così felice per la soluzione trovata che, per evitare in avvenire fatti simili, trasformò quelle brillanti pietruzze animandole e diede loro le ali. Da allora agli uomini, vedendoli volteggiare e fare luce nelle buie nottate le chiamarono lucciole e da sempre ricordano i fatti e chi, nella sua immensa generosità, ce ne fece dono.
